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Estero o non estero: questo è problema! Ecco il parere dell'amico Marco Gatti. Un’esperienza all’estero è importante, non essenziale. Importante, sì, perché consente di imparare le lingue straniere, cosa oggi fondamentale. E poi perché dà l’opportunità di rendersi conto di cosa accade nel mondo. A mio avviso, tuttavia, essenziale, rimangono la formazione di base (ovvero quella che si ha presso gli istituti alberghieri, ahinoi, ad oggi purtroppo ancora non adeguata) e un’esperienza di lavoro (meglio, di gavetta, parola oggi che sembra non piacere più) in un locale di casa nostra dove la professionalità sia alta. Solo lì i giovani possono imparare il valore della qualità delle materie prime. Detto per inciso, in alcuni casi, esperienze così sono la prima occasione per i nostri chef giovani di conoscere certe materie prime, visto che oggi alcuni non sanno nemmeno la differenza tra un pezzo di carne eccellente o modesto, o che differenza c’è tra una pasta di produzione artigianale o industriale. E solo lì i nostri giovani possono acquisire un’impostazione italiana forte. Oltretutto, anche a livello tecnico è ora di rendersi conto che tra i nostri chef, tanti, non pochi, sono tra i migliori del mondo. Quindi anche per imparare tecniche di cucina, emigrare non è essenziale. Altrimenti il rischio è di trovarci tra qualche anno con chef la cui cucina sarà priva di identità, e di valore tecnico dubbio. Per certi versi, esperienze all’estero, tuttavia, possono essere un buono sbocco per chef di valore, che magari nel nostro paese non ricevano le gratificazioni che meritano, e allora forti di un’identità ben precisa, possono cercar fortuna fuori Italia, dove, per assurdo, la cucina italiana continua ad essere la più apprezzata! |
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